IL CLIMA DURANTE L’ULTIMO MASSIMO GLACIALE
Gennaio 21, 2008 by giulio.detti
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IL CLIMA DURANTE L’ULTIMO MASSIMO GLACIALE
Diciottomila anni fa l’espansione glaciale wurmiana raggiunse l’ultimo suo massimo.
Ma come si presentava la terra in quel periodo? Se si fosse potuto avere a disposizione un’immagine satellitare avremmo visto un pianeta molto differente da come ci appare oggi.
La cosa che sarebbe subito saltata all’occhio era la presenza delle due enormi calotte che ricoprivano buona parte del continente nordamericano ed europeo.
Tutto il Canada e parte degli USA erano sotto una coltre di ghiaccio estesa dal Pacifico all’Atlantico con una superficie superiore ai 16 milioni di km² e uno spessore di oltre 4000 metri. Per rendere meglio l’idea della sua grandezza si tenga presente che la massima estensione della calotta antartica è stata di circa 15 milioni di km². Essa fu il risultato dell’unione di tre distinte calotte: la cordilleran ice-sheet sulle Montagne Rocciose, la Laurentide ice-sheet la più grande, sul centro-est Canada e la Ellesmere-Baffin ice-sheet sulle omonime isole. Al culmine della glaciazione si fuse con quella groenlandese, che comunque per definizione viene sempre considerata una calotta a parte; tale operazione fu agevolata dall’abbassamento del livello marino che è stimabile fra i 110/150 metri al disotto del limite odierno.

La calotta europea era meno estesa di quella americana probabilmente non raggiunse mai i 10 milioni di km² con uno spessore max di circa 300 metri. Si formò dal congiungimento di quattro diverse calotte generate da altrettanti centri di accumulo. Il più importante fu quello scandinavo che si fuse ad ovest con quello delle Isole Britanniche ed ad est con quello degli Urali e della Siberia nordoccidentale.

Ma come era il clima in quelle condizioni? E soprattutto, quanto grande è il gap termico che separa il max glaciale da oggi?
Da una ricostruzione fatta usando gli isotopi dell’ossigeno accumulati nei forammiferi ( metodo Emiliani) si è potuto stabilire che la differenza media di temperatura fu compresa tra i 6 e gli 8 C°. Siccome ad ogni grado in meno di temperatura media corrisponde un limite delle nevi perenni di circa 200m più basso, ne risulta che la quota a cui la neve non si scioglieva mai era di circa 1200/1600 metri più in basso di oggi.
Ma il gap termico non era uguale a tutte le latitudini anzi aveva sensibili differenze tra le basse e le alte. L’equatore non ebbe mai temperature medie inferiori di 2C° da quelle odierne, nelle zone tropicali la differenza saliva a 4C°, nelle zone temperate questa saliva a 13C° mentre in prossimità e sulle calotte si arrivò probabilmente ad una diminuzione di circa 16C°.
Tale situazione impose uno scivolamento delle zone climatiche verso sud. La Scandinavia, la Gran Bretagna e la Germania settentrionale erano nel gelo perenne, le pianure dell’Europa centro-occidentale sperimentarono i rigori del clima tipico della tundra con temp. estive mai superiori ai 10C° e quelle invernali oscillanti tra i -18/-20C°.
Il clima freddo delle foreste nordiche dominava la Grecia parte della Spagna e le zone costiere dell’Italia peninsulare. Il clima mediterraneo era relegato all’Africa settentrionale e all’estremo sud della Sicilia. Le zone desertiche erano più estese e si estendevamo molto più a sud di oggi ne risultava una diminuzione delle zone a clima equatoriale con la foresta pluviale molto ristretta se non mancante, come in Amazzonia che probabilmente era molto più simile all’odierna savana.
Al contrario delle coste le zone interne italiane e la pianura Padana che a quel tempo era molto più estesa, avevano un clima simile a quello centro-europeo ( tipico della tundra). Questo era più crudo nella P.P. anche a causa dei ghiacciai alpini che si allungavano di molto sulla Pianura stessa.
La circolazione dei venti occidentali (jet-stream) era pesantemente alterata dalla massiccia mole delle due calotte, come ho “cercato” di ricostruire nella sottostante cartina ( mi scuso per l’artigianalità).

Il jet.stream (linea bianca) era costretto a dividersi in due rami dalla Laurentide, uno molto attenuato aggirava la calotta da nord, mentre l’altro più attivo passava a sud.
La corrente a getto si riuniva nell’Atlantico centro-orientale ma era costretto a dividersi nuovamente dalla calotta europea che veniva aggirata allo stesso modo di quella americana.
La ricostruzione da me effettuata per l’Asia è dubbia a causa degli scarsi dati in merito ma la presenza dell’altopiano del Tibet e la calotta Himalayana, probabilmente impedivano un ricompattamento dei due rami del jet-stream uscenti dalla calotta europea.
I rami meridionali della corrente a getto erano più attivi anche a causa dello scontro con l’aria fredda uscente dalle calotte ne derivavano intense depressioni con abbondanti precipitazioni su zone dove oggi, vedi Nord Africa, piove molto poco. Per quanto riguarda l’Italia queste basse pressioni portavano in inverno violentissime bufere di neve sull’Italia meridionale e sulla Sicilia. Da considerare che sulle calotte era onnipresente un anticiclone termico che generava una costante ventilazione da N/E.
Nella cartina rappresentata dalle frecce nere.
Una curiosità: Nell’America settentrionale l’azione della ventilazione nord-orientale gelida era limitata nelle zone più vicine alla calotta mentre più in basso agiva il jet-stream, in Europa l’azione di tale ventilazione era molto più estesa a causa della calotta alpina che aumentava l’estensione e quindi l’influenza dell’hp termico.
Anche la circolazione marina si pensa sia stata profondamente diversa, in primis la circolazione termoalina nord-atlantica era bloccata poiché la parte settentrionale dell’oceano era perennemente gelata e quindi il nastro trasportatore era fermo oppure il meccanismo stesso funzionava ma molto attenuato e a latitudine più meridionali. Ciò comportava che la circolazione marina, come quella atmosferica, fosse più lenta (perché più fredda e quindi meno energetica) di quella attuale.
Quanto finora detto dovrebbe fugare l’immagine che spesso si ha del clima durante l’era glaciale, fatto di continue ed intense nevicate ma invece dominato da intenso freddo in un contesto molto secco.
Pasquale Contento (Quebec)
Previsioni del tempo in Italia dal 19 al 21 gennaio
Gennaio 19, 2008 by giulio.detti
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Situazione: un campo di alta pressione di matrice afro-oceanica, si imporrà transitoriamente in area italica per causa configurativa che sarà in azione in Oceano sui paralleli delle Canarie, garantendo un weekend stabile e temperature miti primaverili diurne, con nebbie attive sulle pianure specie del nord. In settimana cambio configurativo per interferenza sempre più progressiva del getto polare, con prima onda perturbata fredda fra martedì e mercoledì 22/23 gennaio di aria polare e artica marittima, a cui seguirà un successivo impulso freddo ad inizio weekend prossimo. Temperature che ritorneranno invernali da metà settimana, con prospettive di interferenze rigide artiche in crescendo fra la fine di gennaio e la prima decade di febbraio, quale possibile conseguenza dello stratwarning poderoso in azione imminente.
Previsore Roberto Madrigali
Subtropicale afro-oceanica avrà vita breve in area italica, e dopo un weekend primaverile andremo incontro ad un cambiamento sostanziale configurativo verso il freddo, con l’incombenza di uno stratwarming da record.
Gennaio 19, 2008 by giulio.detti
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La consueta analisi dei modelli fisico-matematici europei e mondiali, mi conferma quello che ho sempre ribadito in questi ultimi giorni, riguardo una stagione invernale dinamica e sempre ricca di sorprese, gravida di novità importanti all’orizzonte e con un campanello di allarme che inizia a lampeggiare, riguardo uno stratwarming in maestosa espansione verso valori da record.
Intanto parliamo di questa tanto nominata subtropicale afromediterranea, il ben conosciuto e temuto “cammello” che comunque non sarà “puro” in ingresso in area mediterranea ma in unione con l’alta oceanica, e da qui il mio nome di battesimo di “subtropicale afro-oceanica”.
Una causa effetto dispositiva del getto in quota, che sarà transitoriamente organizzata da un calo barico in pieno Oceano sul parallelo delle Canarie, che favorirà la enfasi comunque moderata di subtropicale afromediterranea dal Marocco, che si esalterà nel weekend, ma con vitalità effimera nel tempo, subito inibita dalla successiva invasione del più potente getto polare, ben più energico di ogni tentativo “disperato” di subtropicali afromediterranee.
Ecco quindi che dopo un “illusorio weekend primaverile” là dove non saranno presenti le nebbie in formazione specie nei fondivalle e pianure in genere, specialmente del nord, passeremo progressivamente nel finire della giornata di lunedì 21 gennaio, ad un calo barico importante in viaggio dal Mar di Norvegia-Mare del Nord e Isole Britanniche in direzione dell’area italica, che sarà raggiunta dall’onda di Rossby fredda polare e artico marittima fra il 22 e il 23 gennaio.
Avremo il transito di area ciclonica in avvitamento retrogrado, che incentiverà la discesa di aria fredda di un certo spessore ed entità, che sarà oscillante fra i -2° e -5° a 850hPa, e questo comporterà una brusca discesa termica, abbinata a nevicate sui colli a quote anche relativamente basse, con ciclogenesi tirrenica in viaggio verso sudest.
Breve pausa a seguire stabilizzante, che sarà seguita da una nuova ondulazione ciclonica polare, sotto l’avvento di ulteriore onda di Rossby depressionaria a genesi artico-polare marittima, che penetrerà anche questa gradualmente in area italica, con nuove precipitazioni anche abbondanti e nevicate a quote collinari, in un peggioramento che dovrebbe entrare deciso verso l’inizio del prossimo weekend.
Sarà un momento configurativo importante, poiché segnerà la linea di confine verso una maggiore enfasi di meridianizzazione del getto artico, in un crescendo di elevazione azzorriana e affondo più deciso del getto polare, e tutto questo mentre ad oriente imperverserà il grande gelo continentale,, che sprofonderà sempre più su valori da record, pronto ad interagire verso l’area europea.
Sarà il grande momento meteoclimatico di questo inverno 2007-2008, che sotto la causa-effetto di un poderoso sratwarming in enfasi crescente nei prossimi giorni in estensione su tutta l’Asia settentrionale ed in propagazione al Polo Nord, costruirà le basi per un movimento “epocale” di aria gelida verso latitudini meridionali, sotto la pressione di una elevazione termica stratosferica a fondo scala sopra valori di -10° a 10 hPa, quanto in una estensione di superficie da indiscusso primato “storico”, ridicolizzando il riscaldamento stratosferico del mitico gennaio 1985.
Di conseguenza appare evidente la constatazione di fatto, di una situazione configurativa futura da non sottovalutare assolutamente, gravida di colpi di scena potenziali anche eclatanti, che potrebbero degenerare rapidamente, in situazioni meteoclimatiche da record anche “epocali”.
Quasi un monito della natura a non disprezzare questo inverno in essere, che ha ancora molte “cartucce” da sparare e in una situazione minata e pronta ad esplodere in maniera eclatante. L’inverno ribadisce che non è al suo epilogo come erroneamente molti potevano supporre, ed è pronto a confermare la sua estrema vitalità ed energia già nel corso dell’ultima decade di gennaio, con un crescendo “esponenziale” che potrebbe entrare più deciso verso la fine del mese e l’inizio della prima decade di febbraio.
Un monito a non abbandonare sciarpe e cappotti, perché molto presto sarà opportuno tenerle a portata di mano: il Jolly nel mazzo configurativo rappresentato dal riscaldamento stratosferico, potrebbe imporsi con efficacia ed in condizioni termiche “estreme”. Il campanello di allarme sta già lampeggiando e suonando con sempre più frequenza, e il rosso fisso potrebbe diventare molto presto, una realtà acquisita.
Roberto Madrigali
Previsore e analista modelli fisico-matematici- studioso ed esperto di clima e microclima
Meteoman su Toscana Channel sat-VideoFirenze-Maremma Channel sat-emittenti toscane.

