Dalle variazioni climatiche alla conformazione barica

Gennaio 25, 2010 by scolari  
Filed under Clima, Il Blog di Flavio Scolari

Spesso per descrivere variazioni climatiche si tende a dare maggior importanza alle ripartizione media delle precipitazioni che si riscontra tra le diverse latitudini, prendendo meno in considerazione la ripartizione media delle precipitazioni che si può riscontrare tra i continenti e gli oceani, secondo me anch’esso è un fattore molto importante e indotto da determinati tipi di configurazioni bariche che più tipicamente si possono riscontrare nell’arco di un certo lasso di tempo (aumento della continentalità climatica associato ad una diminuzione media della zonalità dei venti, sopratutto in sede Europea).

Vettore dei venti al suolo

Spesso inoltre ci si domanda con quali tipologie di configurazioni bariche possono comportare ad un’inevitabile raffreddamento climatico, rispettivamente ad un periodo di riscaldamento climatico ed io sono giunto alla seguente conclusione:
Per l’innesco di un cambiamento climatico, variazioni di piovosità, temperatura e di insolazione media sull’emisfero Boreale risultano essere molto più determinanti riguardo ad una variazione climatica anche significativa su scala globale, considerando il maggior numero di terre emerse, la maggior dispersione termica che si riscontra sull’emisfero Boreale comporta ad avere una maggior probabilità ed estensione di precipitazioni in forma nevosa, questo certamente aumenta l’effetto albedo con conseguenti ripercussioni dal punto di vista termico.
Nell’arco dei decenni si può assistere a variazioni delle configurazioni bariche che più tipicamente si riscontrano su vasta scala nell’arco di un determinato periodo.
Esiste infatti una certa relazione tra l’attività solare e l’indice che misura il gradiente barico mediamente presente tra l’Islanda e la penisola Iberica (indice NAO) che risulta essere mediamente più elevato in presenza di elevata attività solare.
È risaputo che variazioni dell’attività solare comportano ad avere variazioni della concentrazione di ozono all’interno della stratosfera che può aumentare mediamente anche del 16% durante le fasi di elevata attività magnetica, ma non in egual misura a tutte le latitudini.
Le particelle elettricamente cariche associate al vento solare, durante le tempeste magnetiche (maggiormente frequenti durante cicli solari intensi) penetrano la magnetosfera raggiungendo l’alta atmosfera e “distruggendo” l’ozono presente tra la bassa mesosfera e l’alta stratosfera, questo processo comporta ad avere di fatto una riduzione dello strato di ozono alle alte latitudini favorendo un VP mediamente più compatto e di conseguenza un rinforzo delle correnti zonali alle alte latitudini.
L’effetto dato dall’attività solare sulla circolazione atmosferica diviene piu marginale se visto nell’arco di pochi anni poichè al processo si devono sommare gli effetti indotti dall’inversione dei venti stratosferici che riguardano le latitudini tropicali, comportando a variazioni della concentrazione di ozono alla alte latitudini del 3-4% (maggiore durante la fase Est Wind, minore durante la fase West Wind).
Il minor innevamento presente sulle zone interne del continente come pure sul Nord Europa comporta ad una riduzione dell’effetto albedo alle medie-alte latitudini, di conseguenza alle alte latitudini l’aria mediamente più mite presente al suolo incrementa l’attività ciclonica.

NAO +

Viceversa episodi di bassa attività solare, a lungo andare sono assiciabili periodi contraddistinti un VP mediamente meno compatto e dunque ad una riduzione della zonalità dei venti alle alte latitudini.

NAO -

Come per lo stato che mediamente si riscontra dell’indice NAO, l’attività solare trova una certa correlazione anche con altri indici climatici sopratutto nel corso dei decenni (indice ENSO; PDO; AMO: quest’ultimo in parte regolato per mezzo delle precipitazioni tropicali).
Ma l’attività solare secondo recenti studi sembra possa allo stesso tempo influire anche sulla posizione latitudinale delle calme equatoriali, modificando contemporaneamente, la posizione geografica delle figure bariche alle medie-alte latitudini, ma in che modo?
Il vento solare si espande nello spazio inter-planetario a velocità comprese tra i 300 e gli 800 km/s (a seconda dell’attività) fino ai confini del sistema solare, forma quella che è definita la eliosfera.
La eliosfera è quella che devia gran parte delle particelle associate al mezzo interstellare ai confini del sistema solare e a seconda della dua intensità, ne permetterà solo una piccola parte di raggiungere la terra.
Il mezzo interstellare si sposta a velocità che possono raggiungere i 3000 km/s, creando ai confini del sistema solare un’area elettricamente turbolenta, poichè qui il vento solare oramai rallentato, entra in contrasto con il mezzo interstellare, si tratta di un’area che può presentarsi come un grande ostacolo per qualunque sonda che venga lanciata al di fuori del nostro sistema solare.
Durante le fasi di debole attività solare, la eliosfera di conseguenza tende ad indebolirsi, frenando meno i raggi cosmici ai confini del sistema solare.
In questo modo la quantità di raggi cosmici che riescono a raggiungere la terra può aumentare anche del 15%, e proprio per le loro proprietà elettriche contribuiscono quali nuclei di condensazione del vapore acqueo, favorendo un aumento della nuvolosità alle basse quote di alcuni punti percentuali.
Il genere di nuolosità che tende ad aumentare e quello di tipo stratocumuliforme, dunque visibile dal satellite sopratutto alla lunghezza d’onda percepibile dall’occhio umano, un genere di nuvolosità che non comporta molte precipitazioni, ma che possono ricoprire vaste aree oltre ad avere un potere riflettente medio del 20-30% (con punte massime del 70%) nei confronti della radiazione termica solare
Tutto questo favorisce una diminuzione della temperatura a livello globale e di conseguenza una diminuzione della concentrazione del vapore acqueo alle basse latitudini, il che favorisce a sua volta ad una decrementezione delle precipitazioni sulle aree equatoriali con conseguente indebolimento della cella di Hadley posta mediamente attorno al 25° grado di latitudini in entranbi gli emisferi durante le stagioni intermedie.
Durante le fasi di forte attività solare invece, la eliosfera tende ad intensificarsi, deviando maggiormente il mezzo interstellare, ai confini del sistema solare.
Dunque si assiste ad una diminuzione della nuvolosità alle basse quote, una riduzione della copertura nuvolosa alle medie-basse quote spesso è associabile ad un generale lieve aumento della copertura nuvolosa alle medie-alte quote su scala globale e questo tipo di nuvolosità presenta un minor potere riflettente (solo 0-5%) nei confronti della radiazione solare, viceversa ha un più elevato potere di trattenere calore all’interno della troposfera.
Ciò favorisce un aumento delle temperature globali, il conseguente aumento della concentrazione del vapore acqueo alle basse latitudini, favorisce un inscremento delle precipitazioni sulle aree equatoriali, di fatto un’intensificazione delle pioggie monsoniche, può comportare ad un rafforzamento della cella di Hadley che elevandosi a latitudini più elevate, tende a divenire più invadente sull’area del Mediterraneo, sopratutto durante il periodo estivo, favorendo un clima più secco e caldo.
In sostanza periodi di raffreddamento climatico, personalmente ritengo che siano meglio favoriti da una circolazione prevalentemente meno zonale alle alte latitudini, inanzitutto non dobbiamo dimenticarci che il potere di trattenere calore dei continenti è di gran lunga inferiore rispetto agli oceani.
Di fatto i continenti trattengono molto meno il calore accumulato rispetto agli oceani.

Configurazione barica associata ad un flusso zonale più intenso alle alte latitudini:

NAO positivo

Configurazione barica associato ad un flusso zonale meno intenso alle alte latitudini:

NAO negativa

Prendendo in considerazione il fatto che a seconda dello stato dell’indice NAO si riscontra una determinata disposizione delle precipitazioni sul continente Europeo, durante le fasi negative si riscontra un incremento delle precipitazioni sull’Europa centro-Meridionale (area del Mediterraneo inclusa) e grazie alla minor mitezza delle correnti, spesso sul continente hanno maggior facilità di acquistare un carattere prevalentemente nevoso con conseguente aumento dell’effetto albedo su vaste superfici.
L’effetto albedo è un fattore di Feedback che tende ad amplificare un processo già in atto, tuttavia i propri effetti possono essere ancor più marcati di quelli indotti da altri fattori scatenenti una variazione climatica, anche in tempi molto lunghi.
La maggior rifrazione della radiazione solare su vaste superfici innevate comporta ad un raffreddamento maggiore in superficie e dunque un attenuazione dell’attività ciclonica alle alte latitudini amplificando anche di molto un processo pre-esistente.
Dunque credo che una viariazione climatica possa dipendere molto dalle differenze termiche (continentalità) e dalla ripartizione media delle precipitazioni nell’arco dell’anno, non solo tra le diverse latitudini, ma anche tra i continenti e gli oceani, sopratutto sul nostro emisfero Boreale dove si la maggior superficie di terre emerse rispetto all’emisfero opposto.
Alcuni dati:
Terre emerse: 85% nell’emisfero Boreale, 15% nell’emisfero Australe.
L’altezza media delle terre emerse è di circa 840 metri di quota.
Premetto che quanto scritto è alla base di alcune mie riflessioni personali riguardo a variazioni climatiche che possono avvenire nell’arco di alcuni decenni, senza tuttavia prendere in considerazione l’influenza indotta da innumerevoli altri fattori, apparentemente anche casuali.

L’alternanza delle grandi glaciazioni ai periodi inter-glaciali:

I cicli di Milankovich trovano una buona correlazione con l’andamento ciclico delle grandi glaciazioni, fino a 3 milioni di anni fa le glaciazioni avvenivano ogni circa 41000 anni il che coincide con la viariazione ciclica dell’inclinazione assiale, mentre negli ultimi 3 milioni di anni le glaciazioni avvengono ogni circa 100000 anni il che coincide con l’andamento ciclico dell’eccentricità dell’orbita terrestre.
I cicli di Milankovich comportano ad avere variazioni medie della radiazione solare tra le diverse latitudini, tra i 2 emisferi terrestri e comporta ad avere variazioni della durata e dell’entità delle stagioni.
Quale dei 3 risulti essere il ciclo più incisivo riguardo al ciclo delle glaciazioni sembra in parte dato dalla casualità, infatti a livello di insolazione media ripartita nell’arco dell’anno, l’inclinazione assiale dovrebbe risultare il più determinante dei 3 cicli astronomici descritti da Milankovic, tuttavia ora il ciclo delle glaciazioni sembra essere meglio regolato dall’andamento ciclico dell’eccentricità orbitale che di fatto comporta ad avere variazioni prevalentemente a livello di entità e durata delle stagioni.
Stando i cicli di Milankovich è da considerare il fatto che un raffreddamento climatico si ritiene che non sia favorito tanto da inverni più lunghi e molto rigidi alternati ad estati più brevi ma molto calde, ma tanto più da inverni non particolarmente freddi e nevosi alternati ad estati mediamente più fresche e piovose alle medie-alte latitudini, dunque in presenza di una minor oscillazione termica annua (tra le diverse stagioni) ed una piovosità mediamente costante.
Benchè i cicli di Milankovic possano trovare una buona corrispondenza con la cronologia delle grandi glaciazioni del passato, non possono essere rienuti come fattori scatenenti.
Oggi non si sà con assoluta certezza quali possano essere i fattori in grado di innescare una variazione climatica tanto significativa, tuttavia vi sono teorie che prendono in considerazione le importanti variazioni della morfologia del territorio avvenute precedentemente all’ultima grande glaciazione del Pleistocene.
Infatti sopratutto l’ultima grossa glaciazione del Pleistocene, terminata circa 10700 anni fa, prese probabilmente inizio a seguito della formazione di grosse catene montuose (Alpi, Himalaya, Ande, ecc…ecc…) che alterarono la circolazione oceanica e atmosferica, oltre a generare un’inalzamento medio delle terre emerse, se fino a 1 milione di anni fa la quota media delle terre emerse di tutto il mondo era di circa 450 metri, oggi è di ben 850 metri circa, anche questo fattore potrebbe aver contribuito all’innesco di una glaciazione.
Non a caso poco prima dell’ultima glaciazione si chiuse lo stetto che dal Messico porta al Brasile in corrispondenza alla formazione di nuove catene montuose, si ipotizza che una corrente pre-esistente che dal medio Atlantico sfociava nel pacifico attraverso lo stetto del Messico, fù sucessivamente deviata alla chiusura dello stretto prodotta a sua volta da un’inalzamento del suolo, naque così la oramai famosa corrente del golfo che oggi favorisce un clima sostanzialmente più mite sul continente Europeo ma che allora potrebbe aver favorito l’innesco della glaciazione grazie ad un’aumento delle precipitazioni alle medie-alte latitudini.

Dalle seguenti immagini possiamo notare come la circolazione atmosferica abbia subito importanti modifiche nel corso di grosse glaciazioni, di conseguenza aree oggigiorno desertiche, fino a circa 12000 anni or sono si presentavano aree molto più piovose rispetto ad oggi, poichè costantemente bagnate dall’intenso flusso zonale che oggi scorre alle nostre medie latitudini, ma che fino ad allora scorreva a latitudini decisamente più basse.
Viceversa durante un periodo più caldo di quello attuale, è presumibile che si riscontri un flusso zonale posto a latitudini più settentrionali anche grazie alla minor copertura nevosa che favorisce un incremento delle temperature alle medie-alte latitudini e di conseguenza anche un’aumento dell’attività ciclonica alle alte latitudini.
La maggior intensità delle pioggie tropicali che interessa anche le aree sub-Sahariane, comporta ad
un’intensificazione e ad una lieve elevazione in senso latitudinale della cella di Hadley, brevi periodi ancor più caldi di quello attuale che seguirono la glaciazione di Würm, potrebbero di fatto aver favorito episodi di desertificazione sulle regioni del Sud Italia e in particolar modo sulla Sicilia in passato.

Periodo caldo

Periodo interglaciale:
Le condizioni che riguardano più da vicino i tempi correnti, si riscontra un flusso zonale alle medie latitudini, variazioni della posizione latitudinale delle calme equatoriali seguono anche il normale corso delle stagioni risalendo di alcuni gradi più a Nord (emisfero Boreale) durante il periodo estivo, di conseguenza si può riscontrare una maggior invadenza della cella di Hadley sull’area del Mediterraneo ed un flusso zonale mediamente posto attorno al 50°-65° grado di latitudine, l’abbassamento latitudinale delle calme equatoriali di alcuni gradi verso Sud (emisfero Australe) durante il periodo invernale comporta invece ad avere una minor invadenza della cella di Hadley sull’area del Mediterraneo e un flusso zonale posto a latitudini mediamente inferiori.
Ovviamente variazioni medie in senso di posizione latitudinale delle calme equatoriali e intensità delle pioggie monsoniche le si riscontrano anche nel corso degli anni o dei decenni come già specificato nell’articolo sovrastante.
La discreta copertura nevosa presente sul continente Euro-Asiatico e sul Nord America favorisce la fornazione di anticicloni termici durante il periodo invernale.

Periodo interglaciale

Periodo glaciale:
Il flusso zonale foriero di perturbazioni Atlantiche che oggi si riscontra più tipicamente alle medie latitudini, è presumibile che in tempi glaciali scorresse alle latitudini decisamente più basse, quelle che oggi sono regioni desertiche, fino a circa 12000 anni fà potevano essere aree costantemente soggette a precipitazioni mentre le aree equatoriali presentavano un clima molto più secco di quello attuale con precipitazioni monsoniche molto più scarse.
Il maggior contrasti termici che si vennero a creare tra le alte e le basse latitudini potrebbero aver favorito episodi di flusso zonale più intenso di quello che oggi interessa più da vicino le nostre latitudini.
Alle medie-alte latirudini è presumibile che la maggior copertura nevosa e la maggior estensione delle calotte glaciali, favorirono la formazione di potenti anticicloni termici, sopratutto sulle aree continentali.

glaciazione

In Europa:

Durante una glaciazione:

Configurazione in tempo di gelo

Configurazione barica tipica dei gelidi inverni Europei:
Inverni molto rigini, piuttosto frequenti, riguardarono l’Europa in un periodo compreso tra i 1550 e il 1850 d.c.
Questa è la tipologia di configurazione barica che potrebbe aver prevalso durante alcuni inverni della piccola glaciazione ottocentesca, meglio associabile al minimo di Maunder e ad un’aumento dell’attività vulcanica.

Gelidi inverni Europei

Gelo in Europa

Gelido inverno

Flavio Scolari

Quando l’anticiclone porta tempo grigio e uggioso

Novembre 17, 2009 by scolari  
Filed under Clima, Il Blog di Flavio Scolari

20 novembre 2009 22 novembre 2009

Proprio in questi giorni stiamo assistendo ad una condizione tipicamente autunnale ma in presenza di una vasta area di alta pressione che abbraccia buona parte dell’area del Mediterraneo e più marginalmente il Nord della penisola Italiana, tuttavia le regioni del Nord hanno visto il transito di nuvolosità compatta prevalentemente di tipo stato-cumuliforme per l’influenza marginale di 3 deboli perturbazioni Atlantiche in transito a Nord delle Alpi, di conseguenza le regioni del Nord vedono dalla fine della scorsa settimana condizioni di cielo costantemente grigio e uggioso con a tratti deboli precipitazioni sparse, mentre le regioni del centro-Sud hanno visto condizioni di tempo maggiormente soleggiato, salvo nebbie mattutine che hanno interessato le valli interne del centro, ma sopratutto con valori termici piuttosto elevati con punte massime che localmente hanno raggiunto i +25°C (sulle regioni del Sud e sulle isole maggiori).
Nei prossimi giorni si prevvede una maggior influenza dell’alta pressione anche sul Nord della penisola Italiana, vi sarà dunque un’attenuazione della nuvolosità a media-alta quota, in compenso torneranno le nebbie in Valpadana, nebbie anche fitte o strati di nuvolosità bassa (strati/Stratocumuli) che tenderanno a divenire più tenaci anche lungo i littorali del centro-Nord come pure nelle valli interne e tenderanno a mantenere un tempo prevalentemente grigio e uggioso su tutte queste regioni sopracitate.
Le regioni del centro-Sud e le isole maggiori continueranno a vedere condizioni di tempo prevalentemente soleggiato, salvo banchi di nebbia più probabili durante le ore notturne lungo i littorali ma in rapida dissoluzione nel corso della mattinata.
Insomma pressione atmosferica prevista in aumento anche sulle regioni del Nord Italia ma sostanzialmente non vi saranno grandi cambiamenti dal punto di vista meteorologico rispetto ai giorni passati e questo è favorito dal ristagno di aria umida nei bassi strati della troposfera, inoltre le elevate temperature in quota (+15°C/+20°C a 850 hPa) favoriscono condizioni di inversioni termiche tra gli strati bassi della troposfera e gli strati superiori durante le ore notturne.

mare

Una condizione analoga avvenne a fine novembre 2006, dopo la dissoluzione della nuvolosità domenica 26 novembre 2006, nella massa d’aria calda di origine sub-tropicale fluita da Sud si registrarono valori prossimi ai +15°C ma con un tasso di umidità relativamente elevato.
Nella notte seguente (quella su lunedi 27 novembre 2006) la presenza di un cielo sostanzialmente sereno ha favorito un raffreddamento al suolo e di conseguenza la formazione di un’inversione termica sulla Valpadana.
La condensazione del vapire acqueo al suolo procurò lo sviluppo di uno strato di nebbia che ricoprì l’intera Valpadana.

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Inizialmente lo strato di nebbia presentò un limite superiore di 400 metri di quota, ma già nel corso della mattinata lo strato di nebbia divenne gradualmente più spesso e il limite superiore si elevò fin verso i 900 metri di quota consentendo un rientro della nebbia anche alle vallate pre-Alpine.

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Panorama del mare di nebbia visto lunedì mattina dai monti di Ditto. A sinistra il Ceneri, a destra le montagne della sponda destra del Verbano (foto Nicola Gobbi).

Il mare di nebbia che penetrò le vallate pre-Alpine presentò 2 distinti limiti superiori tra la regione del Sopraceneri e quella del Sottoceneri.
Come un fluido in lento movimento, la nebbia avanzò rientrando nel canton Ticino sia dal Luganese che dal verbano, la regione del Pieno di magadino fu interessata dalla nebbia rientrata dal verbano mentre la Val Rivera (Sottoceneri) fu interessata dalla nebbia che rientrò dal basso Ticino, pertanto si presentarono 2 strati di nebbia aventi un diverso spessore tra i 2 versanti del Monte Ceneri (fenomeno ben visibile nella foto qui sopra postata).

inversione

L’immagine mostra il limite superiore dell’inversione sul bacino del Verbano e del Piano di Magadino.
A sinista sull’immagine il fumo dell’incendio appare come una macchia nera.
Infatti proprio in quell’occasione si verificò l’incendio del magazzino di Pneumatici a Riazzino (Piano di magadino), il denso fumo nero sprigionatosi dall’incendio restò improgionato sotto l’inversione termica invadendo l’area del Locarnese e del Bellinzonese per “ricadere” nella notte seguente sui campi del Piano di Magadino, inutile elencare i gravi danni che l’evento avvenuto in circostanze meteorologiche sfavorevoli comportò dal punto di vista agricolo, rovinando intere coltivazioni.

incendio

Immagine dell’incendio di martedì 28 novembre 2009 pomeriggio attorno alle ore 16.00.
Il fenomeno della nebbia alta è ancor più comune lungo l’Altipiano Elvetico, in presenza di cielo sereno una cappa di nuvolosità bassa (prevalentemente di tipo stratificato) ricopre quasi sempre le pianure della Svizzera Nord Alpina.
Infatti anche l’Altipiano si presenta come una sorta di grande vallata stazionata tra la catena montuosa del Giura e la catena Alpina, un pò come la Valpadana che staziona tra la catena Alpina e la porzione Settentrionale della catena Appenninica.
Il limite superiore dello strato nuvoloso può variare molto a seconda del periodo e delle condizioni meteorologiche presenti.
Solitamente le prime nebbie che si formano in settembre ricoprono le pianure e tendono a dissolversi abbastanza rapidamente già nel corso della mattinata, più ci si avvicina alla stagione fredda più le nebbie tendono a diventare tenaci e a ricoprire le pianure anche durante le ore centrali della giornata, dissolvendosi praticamente solo in presenza di condizioni di tempo perturbato.
Il limite dello strato nuvoloso tende a sollevarsi raggiungendo spesso i 1000/1500 metri di quota, interessando anche le vallate interne del versante Nord Alpino e le zone collinari.
In presenza di Bise che come vento gelido sferza l’altipiano tende spesso a comportare un ulteriore sollevamento ed un aumento dello spessore dello strato nuvoloso con limite superiore che può raggiungere anche i 2500 metri di quota con episodi di nevischio o deboli nevicate sottostante la cappa di nubi, mentre l’aria secca di origine Orientale o Nord Orientale comporta ad avere un buon soleggiamento sulle regioni Alpine, di conseguenza le temperature possono durante il giorno risultare addirittura superiori in alta montagna ripetto alle regioni pianeggianti della Svizzera Nord Alpina.
Un fenomeno che si può verificare anche lungo il versante Sud Alpino, il rientro di freddi venti Orientali negli strati bassi della troposfera può facilmente favorire la formazione di strati nuvolosi bassi e campatti (di tipo stratocumuliforme) sul Nord Italia, nuvolosità che spesso interessa maggiormente le vallate pre-Alpine del Nord Ovest Italiano per la formazione di un lieve effetto di sbarramento della porzione Occidentale della catena Alpina in corrispondenza a venti Orientali o Sud Orientali negli strati inferiori dell’atmosfera.
Durante la fredda stagione questi episodi possono comportare a deboli precipitazioni o rovesci di neve fino alle basse quote su Piemonte, sopratutto sulla regione del Cunese.

Immagini tratte da: Meteosvizzera

La situazione presente il 19.11.2009.

nebbia 001

nebbia 002

nebbia 003

Flavio Scolari

Poche Macchie, minimo solare? Non pare sia così!

Settembre 24, 2009 by natoxcorrere  
Filed under Clima, Energie Rinnovabili

Le macchie solari sono senz’ altro un buon indicatore dell’ attività solare, misura , comunque, qualitativa.
Altri Indici noti servono a misurare l’ attività solare, quali la radiazione solare, di cui riporto il grafico:

Radiazione Solare

Un altro indice utilizzato è quello di Mayaud, Aa, misurato in nT, misura “quantitativa” del campo geomagnetico, ossia dell’ influenza “magnetica” del sole sulla Terra.
Entrambe le misure ( Radiazioni e Mayaud) sono prese “al suolo”, ossia all’ interno del campo Magnetico terrestre.
Molti degli studi dell’ interazione tra Sole e Clima si basano sugl’ Indici accennati, anche se ne esistono altri.
Le ultime pubblicazioni, però, mettono in crisi il concetto di minimo solare, basato solo sul numero di macchie.
Sarah Gibson (National Center for Atmospheric Research) ed un team di ricercatori, hanno pubblicato (Journal of Geophysical Research – Space Physics) uno studio in cui viene valutata l’ attività solare ,prendendo in considerazione gli effetti delle tubolenze dei campi magnetici trasportati dal vento solare quando vengono a contatto e si scontrano con la fascia di radiazione che protegge la Terra.
Il dato interessante è emerso paragonando i dati raccolti nel 2008, in regime di minimo solare con le misure effettuate nel 1996, sempre in assenza di macchie, ossia in presenza di un minimo solare.
In pratica è emerso che la fascia di radiazioni della Terra nel 2008 ha avuto un flusso energetico maggiore almeno 3 volte a quello del 1996.
Questo dato ,se confermato, potrebbe portare ad una nuova definizione di minimo solare, e ad un nuovo modo di interpretare le interazioni tra Clima e Attività Solare.

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