La principale minaccia per la nostra specie

Aprile 25, 2010 by scolari  
Filed under Clima, Il Blog di Flavio Scolari

Si è parlato molto dell’attività vulcanica in Islanda in questi giorni, tuttavia vi è un’altro vulcano tenuto costantemente sotto controllo poichè in grado di provocare un’eruzione esplosiva di enorme portata, sto citando il noto Supervulcano dello Yellowstone.
Da alcuni mesi nel parco nazionale dello Yellowstone si registra un’aumento preoccupante dell’attività sismica, basta pensare che nell’arco di 2 settimane (dal 17 gennaio al 03 febbraio 2010) si sono registrate ben oltre 2000 scosse sismiche comprese tra i 2,5 e i 4 gradi Richter, sempre in questi ultimi mesi sembra sia aumentata anche l’attività dei Gayser a tal punto che alcune aree sono state chiuse al pubblico mentre la bolla di magma posta sopra la caldera si sta gradualmente gonfiando a tal punto che la superficie sul fondale del lago si è rigonfiata (di 13 cm in questi ultimi 6 anni).
Secondo gli esperti il rigonfiamento che riguarda principalmente la porzione Settentrionale e le zone periferiche dell’enorme cratere sotterraneo è indotto dal fatto che un’enorme massa di roccia fusa fluisce all’interno di una camera magmatica colmandola, si tratta di un processo che potrebbe andare avanti anche per anni o addirittura per alcuni decenni, si fatto non si conosce quanto questo processo possa proseguire prima di innescare una nuova eruzione o se l’afflusso di roccia fusa sarà destinato a terminare inibendo la possibilità di un’eruzione a breve termine e favorendo un riassestamento del sottosuolo, fatto sta che questo spiegherebbe anche l’aumento delle attività idrotermali e l’aumento delle attività sismiche nell’area del parco nazionale dello Yellowstone.
Ricordo che mediamente la caldera dello Yellowstone erutta ogni circa 600000 anni e l’ultima eruzione risale a 640000 anni fa, dunque nulla esclude che possa tornare in attività in un futuro neanche molto lontano.
Ovviamente è impossibile stabilire quando erutterà e non può essere stabilito unicamente alla base dei numerosi sciami sismici che si osservano quotidianamente, bisogna considerare inoltre che sono ancora in fase di approfondimento gli studi delle dinamiche interne di questi “mostri” in grado di cambiare radicamente le condizioni climatiche e ambientali di tutto il mondo, tuttavia l’aumento di queste attività interne del supervulcano e i cambiamenti dei flussi magmatici all’interno delle camere sottostanti la caldera, sono fattori che destano effettivamente un pò di preocupazioni.
Molti vulcanologi della zona tranquillizzano che per ora non vi è nulla di qui preoccuparsi seriamente, ma è bene sottoloneare il fatto che non si può prevedere quando un’eruzione vulcanica avrà luogo, forse si intende dire che “va tutto bene” finchè il vulcano non erutta, lo Yellowstone essendo una caldera posta sotto la crosta terrestre a 8 km di profondità potrebbe non dare chiari ed evidenti segnali che preannunciano un’imminente eruzione vulcanica con giorni di anticipo, diversamente ai vulcani posti in superficie e aventi una bocca vulcanica visibile.
Effettivamente non vi sono ancora stati fattori che lasciano presagire un’eruzione a brevissima scadenza, è anche vero che di sciami sismici se ne sono sempre verificati, tuttavia come detto in 16 giorni si sono verificate 2000 scosse di terremoto, mentre in undici giorni l’anno scorso se ne sono misurate 813 nello stesso periodo dell’anno, seguì una fase dove le scosse sismiche diminuirono.
Dal 1923 il suolo sovrastante la caldera è risalito di 74 centimetri (di qui 13 cm negli ultimi 6 anni), dovuto alla bolla di magma sovrastante la caldera che lentamente si gonfia.
Anche con questo non significa che il vulcano stia per eruttare a brevissima scadenza considerando che a più riprese anche in passato si sono verificati rigonfiamenti e “sgonfiamenti” del suolo dovuto ai movimenti interni del magma.
L’area dello Yellowstone è costantemente monitorata da satelliti e rilevatori che servono per meglio rilevare eventuali segnali che possono preannunciare un’imminente eruzione a brevissima scadenza (che possono seguire l’evento con poche ore di anticipo), inoltre come detto la conoscenza dei processi interni di questi enormi vulcani sono ancora oggi oggetto di studio ed è impossibile accertare che l’eruzione avrà o non avrà luogo entro un certo termina, se così non fosse non rappresenterebbe una reale minaccia.
Di per sè statisticamente sarebbe già dovuto eruttare circa 40000 anni fa seguendo la scadenza con il quale questa caldera ha eruttato in passato.
Dunque nulla esclude che noi potremo assistere a tale evento.

Supervulcano

L’anno scorso girava la notizia della fuoriuscita di lava dal sottosuolo il che preannunciava un’eruzione a breve scadenza, successivamente si stabili la non veriticità della notizia allarmistica, se realmente un’eruzione tale possa essere anticipata con l’emissione di lava dal sottosuolo questo nessuno può saperlo, di per sè è risaputo che una caldera di un Supervulcano si presenta come una sorta di pentola a pressione, dove la pressione aumenta fintanto che non raggiunge un punto critico in grado di far innescare un’eruzione di colossali dimensioni.
Gli effetti sarebbero di enorme portata, qualcosa come 8000 chilometri cubi di ceneri e materiali piroclastici verrebbero sparate nell’atmosfera distruggendo ogni forma di vita nell’area di centinaia di chilometri dal vulcano.
Tutto il Nord America risentirebbe della caduta di almeno 1 centimetro di cenere, le condizioni climatiche e ambientali cambierebbero drasticamente in tutto il mondo, considera che l’eruzione del Supervulcano Lago Toba, paragonabile allo Yellowstone, comportò un calo delle temperature globali di oltre 5°C portando molte speci viventi, essere umani compresi, sull’orlo di un’estinzione, dovremmo insomma fare i conti con un lungo inverno vulcanico o addirittura una breve glaciazione, dalla durata di diverse decine di anni.
Quando esplode un supervulcano gli effetti sono paragonabili ad un’impatto cometale di grosse dimensioni (dal diametro di alcune decine di chilometri).
Una futura eruzione dello Yellowstone non credo sia in grado di portare la nostra specie all’estinzione e qui probabilmente non avremmo pesanti conseguenze dirette all’eruzione stessa, tuttavia con gli effetti secondari indotti sul clima, ne risentirebbe il nostro stile di vita.
Fare inutile allarmismo e dare per scontato proiezioni apocalittiche è sbagliato, tuttavia trovo altrettanto sbagliato non tenere affatto in considerazione questa eventualità.

Un video che illustra le possibili conseguenze date da una futura eruzione dello Yellowstone:

Eruzione Yellowstone

Aggiornamento riguardo alla situazione in Islanda:

Anche se certamente non rappresenta una minaccia per l’umanità, in questi giorni resta sotto stretta osservazione l’attività vulcanica in Islanda.
Riguardo all’Islanda effettivamente la situazione resta precaria, se si dovesse risvegliare Katla o altri vulcani adiacenti, sicuramente ne risentiremo sul clima sopratutto qui in Europa, difficile tuttavia definire in che misura.
In passato eruzioni come quelle del Laki o di Katla comportò ad una ricaduta di ceneri sull’Europa per mesi e in misura ben superiore a quanto avvenuto i giorni scorsi.
Basti pensare che quando eruttò Laki le navi dovettero restare in porto in Inghilterra e in diverse altre regioni Nord Europee per i giorni seguenti all’eruzione data la ridotta visibilità dovuta alla presenza di polveri vulcaniche.
L’eruzione inizio l’8 giugno del 1783 e terminò a fine gennaio del 1784 e comportò ad un’aumento considerevole delle precipitazioni temporalesche durante i mesi estivi, seguì un’inverno piuttosto rigido e nevoso.
Effetti anche più importanti furono dati dall’ultima eruzione del Katla avvenuta nel 1918.
Anche in passato le eruzioni del vulcano Eyjafjallajökull anticiparono quelle del Katla avente dimensioni decisamente superiori (5 o 6 volte maggiore) e in grado di emettere eruzioni decisamente più potenti.
Fondamentalmente l’Islanda stessa è un’isola di origine vulcanica, si sarebbe formata con il tempo in seguito all’accumulo di materiale fuoriuscito dalle eruzioni vulcaniche.

Ancora oggi l’Islanda è geologicamente un’area molto interessante e molto attiva, presenta tra i più vasti complessi vulcanici attivi al mondo in quanto presenta sopratutto eruzioni di tipo “fessurale”, ossia il fatto che le eruzioni non avvengono solo all’interno di un’unica bocca vulcanica, ma bensì anche attraverso delle spaccature della crosta terrestre che possono originare diverse bocche vulcaniche in un’unico complesso sotterraneo (camera magmatica).
Il Laki e il Katla ne sono un classico esempio, entrambi sono circondati da diversi vulcani più piccoli ed apparentemente distinti, ma facenti parte di un’unico complesso vulcanico in quanto nati a seguito di fratture formatesi durante un’eruzione in passato del vulcano principale.
Il vulcano Eyjafjallajökull anche in passato ha sempre anticipato il risveglio del vulcano principale non casualmente, ossia Katla che presenta la stessa camera magmatica di Eyjafjallajökull e di altri vulcani secondari.
Dunque se ora dovesse realmente entrare in attività un vulcano posto in prossimità del Laki, si potrebbe temere che anche quest’ultimo entri in eruzione a breve distanza nel tempo, proprio come ora si teme per Katla a seguito dell’eruzione del vulcano Eyjafjallajökull, che è ancora in corso.

Marsili, un’altro evento potenzialmente pericoloso:

Marsili, il vulcano che potrebbe innescare Tsunami nel mar Tirreno.
Si tratta di un’enorme vulcano attivo posto a circa 150 km dalle coste Campane, è considerato il vulcano più grande d’Europa (ecludendo la caldera del Campo Flegrei) e la base si trova a oltre 3000 metri di profondità, mentre la sommità è posta a 450 metri sotto la superficie del mare.
La sua struttura è imponente essendo lunga 70 chilometri e larga 30.
Marsili alla base dei risultati fatti da una recente campagna di ricerca condotta da Enzo Boschi, presidente dell’istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, risulta essere pericoloso e potrebbe eruttare senza preavviso da un momento all’altro, Enzo Boschi afferma con toni preoccupanti che un’eventuale eruzione del vulcano sottomarino potrebbe creare la caduta di una notevole massa di materiale innescando degli Tsunami che investirebbero le coste del Tirreno, poichè si è potuto constatare che le pareti vulcaniche di Marsili risultano essere molto fragili e dunque facilmente franabili nel caso di un’eruzione.
«Il cedimento delle pareti muoverebbe milioni di metri cubi di materiale, che sarebbe capace di generare un’onda di grande potenza. Gli indizi raccolti ora sono precisi ma non si possono fare previsioni. Il rischio è reale e di difficile valutazione » spiega Enzo Boschi.
Da precisare che non si conosce a fondo la storia del vulcano Marsili e ancora oggigiorno non esiste un centro di monitoraggio in grado di captare evidenti segnali che possano anticipare un’eruzione di Marsili, tuttavia di recente il vulcano ha lanciato a più riprese segnali allarmanti, l’aumento dell’attività idrotermale e la formazione di una nuova grossa camera magmatica, potrebbero essere fattori che precedono un’imminente risveglio del vulcano, inoltre anche in questo caso si registra un’elevata attività sismica in prossimità dell’area di Marsili.

In attesa del Big One:

Scenziati americani hanno stabilito che entro i prossimi 30 anni si verificherà un’evento sismico di enorme intensità, il tanto temuto Big One lungo la faglia di San Andrea che presenterà un magnitudo di almeno 7,5 gradi della scala Richter, anche se il grande sisma potrebbe raggiungere di molto questi valori.
Potrebbe trattarsi di un’evento simile o peggiore a quello che colpì Northridge nel 1994 e che provocò 72 vittime e danni per 25 miliardi di dollari.
Gli esperti hanno calcolato che questo si verificherà entro i prossimi 30 anni con una probabilità del 97% nel Sud della California e con una probabilità del 95% nel Nord del Paese.
“Abbiamo potuto avanzare questa previsione elaborando tutte le possibili informazioni geologiche e storiche della regione, le caratteristiche di tutte le fratture attive che formano la “Faglia di San Andreas” e i movimenti del suolo che con estrema precisione otteniamo attraverso i satelliti Gps”, spiega Thomas Jordan, direttore del Southern California Earthquake Center.
Ad essere maggiormente a rischio è il Sud della California, considerando che è l’area che ha visto una minor frequenza e intensità dei terremoti negli ultimi decenni rispetto alla porzione più Settentrionale che vide l’ultimo grande evento nel 1906 a San Franciasco, mentre l’ultimo evento di grosse proporzioni riguardò il Sud del paese nel 1608 e questo aumenta la probabilità di un nuovo evento.
In Italia le previsioni non sono altrettanto confortanti stando ai risultati dell’istituto nazionale di geofisica.
“Abbiamo studiato tutte le faglie attive della Penisola, ossia quelle che possono originare terremoti, e il risultato è che, entro trent’anni, tra la Campania Meridionale e la Calabria vi siano le condizioni perché si verifichi un grande terremoto, diciamo superiore al sesto grado della scala Richter” spiega il presidente dell’istituto nazionale di geofisica Enzo Boschi.

Flavio Scolari

Effetti di un’eruzione vulcanica sul clima

Settembre 21, 2009 by scolari  
Filed under Il Blog di Flavio Scolari

Il clima è un complesso meccanismo in continua evoluzione regolato da molti fattori combinati, uno di questi fattori sono le eruzioni vulcaniche che nella storia climatica hanno favorito periodi particolarmente caldi che caratterizzarono le grandi ere interglaciali durante le quali l’attività vulcanica era nettamente superiore a quella attuale.

Questo contribuì ad una maggior emissione dei gas serra nell’atmosfera con conseguente riscaldamento del clima, nulla comunque a che vedere con l’attuale aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera poichè allora le concentrazioni di CO2 aumentarono di alcuni punti percentuali con effetti nettamente maggiori sul nostro clima terrestre.

Oggi ci troviamo all’interno di un periodo, geologicamente parlando, tranquillo, con un’attività vulcanica decisamente minore rispetto a 200 milioni di anni fa, tuttavia si assiste di tanto in tanto a grosse eruzioni vulcaniche che talora possono produrre effetti piuttosto diretti sul clima, sopratutto se le eruzioni sono di tipo esplosivo.

Inanzitutto dobbiamo far luce sul fatto che vi sono varie tipologie di attività eruttive:

Tipo Hawaiano: le eruzioni non dipendono direttamente dai movimenti delle placche tettoniche, ma dalla risalita del magma dai pennacchi fino ai punti caldi, la lava che ne fuoriesce risulta molto basica, di conseguenza molto fluida, producendo edifici vulcanici con deboli pendenze lungo i versanti.
Tipo Islandese: avvenendo attraverso lunghe fenditure la lava si presenta basica o ultrabasica e tendono a formare altipiani basaltici.
Tipo stromboliano: si manifestano attraverso colate di magma basaltico, si tratta di eruzioni durature ad intervalli regolari di fontane di lava e brandelli di lava che possono raggiungere centinaia di metri di altezza.
Tipo vulcanico: si tratta di eruzioni esplosive nel corso della quale vengono emesse grosse e improvvise fuoriuscite di lava e nubi di gas cariche di ceneri, tali eruzioni possono produrre la rottura della camera magmatica e bocche laterali alle pendici del vulcano principale.

Tipo vesuviano: le eruzioni avvengono in maniera analoga a quelle del tipo vulcanico ma con l’unica differenza che l’esplosione iniziale può essere tanto violenta da svuotare gran parte della camera magmatica, la lava fuoriesce dalle zone più profonde a grandissime velocità dissolvendosi in minuscole goccioline. Anche in questo caso si assiste all’emissione di grosse nubi di ceneri che possono oscurare la luce del sole.
Tipo peleano: sono tra le eruzioni più pericolose e vuolente, l’eruzione avviene per mezzo di grosse nubi di gas e lava polverizzata e bombe vulcaniche, mentre l’eruzione si conclude con il collasso dell’edificio vulcanico. I vulcani di questo genere hanno la forma tipicamente conica.
Tutti conosciamo bene l’eruzione del monte Pinatubo nelle Filippine che avvenne nel giugno del 1991 dopo circa 5 secoli di inattività.

Gratie alle corrette previsioni dell’eruzione furono fatte evaquare decine di magliaia di persone dall’area circostante il vulcano salvando così moltissime vite, malgrado ciò l’area subì molti danni a seguito della ricaduta delle ceneri e dalle frane di ceneri depositate a seguito dalle pioggie che seguirono l’eruzione.
Migliaia di abitazioni furono distrutte anche dalle colate laviche.

L’eruzione inietto un’enorme quantità di gas e ceneri nella stratosfera, fu l’eruzione più volenta del ventesimo secolo, dopo quella del monte Krakatoa che avvenne nel 1883.

Le aerosol formarono uno strato di acido solforico che filtravano la luce solare nei mesi successivi, producendo un lieve calo delle temperature globali, con una media di circa mezzo grado Celsius e il buco dell’ozono crebbe notevolmente durante i mesi invernali e primaverili.

Dalle seguenti immagini possiamo notare lo strato di aerosol che filtrarono la luce solare, il calo termico riguardo principalmente le aree equatoriali.
Oggi si conoscono abbastanza bene quali possono gli effetti principali sul clima di un’importante eruzione vulcanica, tuttavia vi sono vari fattori da prendere in considerazione: la latitudine dove avviene l’eruzione come l’intensità e dalla durata dell’eruzione stessa.

Gli effetti maggiori si manifestano quando l’eruzione è tale da iniettare gas e ceneri all’interno della stratosfera, dato che la circolazione delle stratosfera presenta un’andamento pressochè orizzontale, permette un mentenimento più duraturo delle particelle leggere che reesistono più a lungo alla forza di gravità terrestre permettendo, in questo modo il crearsi di uno strato in grado di filtrare maggiormente i raggi solari, aumentandone di conseguenza l’effetto albedo nei confronti della luce solare.

Lo spessore così come gli effetti dello strato filtrante delle particelle sospese tenderanno gradualmente a diminuire nell’arco dei mesi successivi all’eruzione, molto dipende ifatti dall’intensità e dalla durata dell’eruzione vulcanica.

Infatti sia l’intensità che la durata dell’evento definiscono la quantità di gas e ceneri che possono raggiungere la stratosfera.

Non da meno importanza la tipologia dell’eruzione, infatti le eruzioni che possono comportare effetti più diretti e significativi sul clima sono le eruzioni di tipo esplosivo (vulcanico, vesuviano e peleano) poichè possono emettere grosse e improvvise quantità di gas e ceneri all’interno della stratosfera trattandosi di eruzioni piuttosto violente.

Come detto precedentemente anche la latitudine dove avviene l’eruzione ha una centa importanza nel definire gli effetti che questa può comportare sul clima, infatti se un eruzione vulcanica può produrre un lieve calo delle temperature medie su scala globale, non vuol dire che il clima tenda a raffreddarsi a tutte le latitudini.

Si è infatti potuto constatare che in genere le grosse eruzioni vulcaniche che avvengono nei paesi tropicali favoriscono un raffreddamento del clima generalmente lungo l’equatore, anche grazie ad un’intensificazione dei monsoni, mentre gli effetti alle medie latitudini possono essere quelle di favorire un’incremento delle temperature.

Infatti le eruzioni come il Pinatubo o El Chicon hanno favorirono in Europa e nel Nord America, periodi generalmente più miti poichè la riduzione dello strato di ozono favorì un raffreddamento della stratosfera all’interno del vortice polare con conseguente intensificazione del venti Zonali, grazie ad un’oscillazione Artica e Nord Atlantica generalmente positiva.

Viceversa le eruzione più significative e potenti che avvennero alle alte latitudini, favorirono in passato estati più fresche e inverni più freddi in tutto l’emisfero, mentre alle basse latitudini si assestette ad un’indebolimento dei monsoni con conseguente clima tendenzialmente più caldo.

Una spettacolare eruzione vulcanica di tipo esplosiva è intanto in corso da settimane nel Sud dell’Alaska sul monte Redoubt.

Il vulcano è alto circa 3100 metri di quota e fortunatamente è situato in un’area poco popolata, situato a circa 200 km da Anchorage, la principale città dell’Alaska.

Attualmente il vulcano ha emesso a più riprese enormi quantità di gas e ceneri all’interno della stratosfera fin verso i 20 km di altezza.

L’ultima volta il vulcano restò attivo dal dicembre 1989 all’aprile del 1990, in quell’occasione le ceneri caddero per molte settimane su Anchorage e sui villaggi limitrofi.

Vale la pena di seguire gli effetti che quest’ultima eruzione (ancora in corso) potrà procurare sul clima in un prossimo futuro, seguire l’andamento vulcanico globale resta sempre un fattore di notevole importanza al fine di poter definire l’andamento climatico su scala planetaria.

E se dai vulcani arrivasse un po’ di “fresco”?

Aprile 18, 2009 by natoxcorrere  
Filed under Mazzarella, Vecchie

Secondo alcune recenti ricerche, sette vulcani nella regione del Pacifico Settentrionale, due situati in Alaska e cinque in Russia, rischiano di risvegliarsi a breve tutti insieme con eruzioni di grande violenza, a causa dello scontro fra placche oceaniche e continentali. Lo scorso 22 marzo proprio uno dei due vulcani situati in Alaska, il Monte Redoubt, dopo venti anni di quiete, ha eruttato con una serie di violente esplosioni che hanno lanciato grandi quantità di cenere, polvere e gas nell’alta atmosfera. E’ utile ricordare che le eruzioni vulcaniche influenzano notevolmente il clima del Pianeta dal momento che le ceneri vulcaniche, quando raggiungono i 12-13 chilometri di altezza (la cosiddetta stratosfera), rimangono in atmosfera per mesi se non per anni e, spinte dagli intensi venti in quota, si disperdono fino a generare un velo di polveri che ha la capacità di attenuare la radiazione solare incidente. In occasione delle eruzioni più violente del passato si è osservato un raffreddamento del clima della Terra: è quanto accaduto, ad esempio, agli inizi del XIX secolo con la colossale eruzione del Monte Tambora che sconvolse a tal punto il clima da rendere il 1816 famoso come “l’anno senza estate”. Del resto alcuni studi tirano in ballo proprio i vulcani per spiegare almeno parte del surriscaldamento in atto sul nostro Pianeta: nel corso del XX secolo, infatti, i vulcani hanno immesso nell’atmosfera molto meno polveri del passato facendo quindi venire meno la loro azione refrigerante.

Adriano Mazzarella
Responsabile Osservatorio Meteorologico
Università Federico II
www.meteo.unina.it