Eocene: Antartico da terra verde a clima rigido

Gennaio 4, 2011 by scolari  
Filed under Clima, Il Blog di Flavio Scolari

L’Eocene è un’epoca geologica appartenente al periodo Paleocene e va dai 56 ai 33,7 milioni di anni, nel corso del periodo Eocenico si verificarono importanti variazioni dal punto di vista morfologico con la formazione delle principali catene montuose (Alpi; Himalaya; Ande) e il lento ma inesorabile spostamento delle masse continentali che rassunsero gradualmente la posizione che si riscontra oggi, ovviamente sono processi geologici ancora in corso.

Eocene_50_Ma

Fù un periodo particolarmente caldo, basti pensare che i poli godevano di un clima temperato, simile a quello che oggi si riscontrano alle medie latitudini, mentre le foreste pluviali si estendevano fino alle medie latitudini, lungo la fascia equatoriale il clima non subì sostanziali cambiamenti rispetto a quanto si riscontra oggi.

bernier-climateandco2overlast600mill-custom-size-600-600_gif

A causare l’inalzamento delle temperature in quel periodo fù probabilmente il rilascio di grosse quantità di Metano dai sedimenti oceanici, a sua volta favorito da un’aumento termico già precedente all’evento, l’aumento di Metano nell’atmosfera, provocò un’effetto serra decine di volte superiore a quello prodotto dal CO2 allora già presente in concentrazioni molto superiori a quelle attuali (circa 1800 ppm).

allpaleotemp

paleoco2

Poco dopo l’inizio del periodo le temperature subirono un’incremento tra i più significativi nella storia geologica del nostro pianeta, alle alte latitudini la temperatura media aumentò di circa 7°C il che oltre a comportare un clima molto più umido e uniforme tra le varie latitudini in senso di temperature medie, comportò anche ad una grossa estinzione di massa della fauna che precedette la seconda epoca geologica del Paleocene (denominata anch’essa con lo stesso nome: Paleocene).

geologic_time_scale-1

Le temperature globali aumentatono di 4-5°C rispetto ai periodi precedenti già di per sè molto più caldi rispetto ad oggi.

paleoco2sealevel

Come il polo Nord, anche l’Antartico godeva di un clima relativamente caldo pur trovandosi in una posizione geografica analoga a quella odierna, si ipotizza che le acque oceaniche alle alte latitudini avevano una temperatura prossima ai 25°C, furono condizioni climatiche che si mantennero intatte per milioni di anni fin verso la fine dell’epoca geologica Eocenica, ossia fin verso i 35,5 milioni di anni quando il pianeta sperimentò un periodo di raffreddamento repentino.
Secondo un recente studio condotto dalla Purdue University di Washington la calotta polare dell’Antartico che oggi raggiunge i 4500 metri di altezza, si sviluppo in 100000 anni (un tempo geologico ritenuto brevissimo) in seguito alle abbondantissime precipitazioni nevose favorite dalle elevatissime concentrazioni di vapore acqueo nell’atmosfera di quell’epoca e ad un’abbassamento repentino delle temperature globali di circa 18°C, sia a livello atmosferico che oceanico.

Durante il periodo Eocenico molto caldo e umido:

Terra calda fine Eocene

Durante il rapido raffreddamento climatico:

Inizio glaciazione

Le cause responsabili di tale cambiamento non sono ancora del tutto chiare, tuttavia sono state avanzate diverse ipotesi, sia relegate a fattori di natura astronomica (cicli di Milankovitch) che avrebbero portato ad una variazione dei parametri orbitali della terra tali da non favorire un mantenimento delle condizioni climatiche preesistenti, sia a fattori di natura biologica e chimica.

Fattori astronomici:
Sono un’insieme di parametri orbitali che variano gradualmente con il tempo portando a variazioni d’intensità della radiazione solare distribuita sulle varie parti del globo nell’arco dell’anno.
La Terra attualmente ha un’inclinazione assiale di 23° 27′.
È inclinata nella stessa direzione per tutto l’anno ma, dato che la Terra orbita attorno al Sole, l’emisfero inclinato verso il Sole gradualmente viene a trovarsi in direzione opposta, e viceversa.
Questa è la causa principale dell’alternarsi delle stagioni.
Quando un emisfero è inclinato verso il Sole ha giorni più lunghi e notti più corte, inoltre l’inclinazione assiale non solo causa il variare delle ore di luce, ma provoca anche l’angolazione con cui la luce colpisce la terra, più verticale in estate, meno in inverno.
Una maggior inclinazione assiale oltre a favorire una maggior entità delle stagioni (estate più calde e inverni più freddi), favorisce anche un’aumento dell’insolazione annua alle alte latitudini e una riduzione dell’insolazione alle latitudini tropicali.
L’inclinazione assiale della Terra varia da 22.1° a 24.5° con una periodicità di 41.000 anni, mentre la direzione dell’inclinazione subisce una graduale precessione, muovendosi lentamente lungo un cerchio in un periodo di circa 25.800 anni.
Nel tempo, la precessione assiale cambia il punto dell’orbita della Terra nel quale iniziano le stagioni (Precessione degli equinozi).
Questo ha effetti minimi sull’ammontare dell’insolazione nei periodi in cui l’orbita è poco eccentrica, attualmente la differenza massima di insolazione tra l’afelio e il perielio arriva al 6,8%, ma può avere maggiori effetti sull’impeto delle stagioni quando l’orbita della Terra è al massimo della propria eccentricità con differenza massima di insolazione del 23% tra l’afelio e il perielio e una maggior differenza della durata delle stagioni: l’afelio (punto più lontano al sole che coincide con l’estate Boreale) oggi dura 3,66 giorni in più rispetto al perielio (punto più vicino al sole che coincide con l’inverno Boreale).
Il ciclo dell’eccentricità dell’orbita terrestre si completa in circa 100.000 anni passando da bassa eccentricità (0,005) ad alta eccentricità (0,058); oggi abbiamo un eccentricità media (pari allo 0,017).

Fattori relegati ad aspetti biologici e chimici:
Il clima molto caldo presente all’epoca avrebbe favorito un vasta diffusione di una alga di acqua dolce, chiamata Azolla.
Le persistenti precipitazioni alle alte latitudini, avrebbero favorito un’importante diminuzione del tasso di salinità dell’oceano Artico consentendo una rapida diffusione dell’Azolla che avrebbe ricoperto gran parte della superficie polare dell’emisfero Boreale.
Contemporaneamente queste felci cominciarono a depositarsi sui fondali fino al punto che la decomposizione non fu più possibile data la scarsa presenza di ossigeno presente alle basse profondità sotto la superficie degli oceani.
Questo comportò ad una diminuzione piuttosto significativa dell’emissione di anidride carbonica nell’atmosfera mentre le elevate temperature presenti allora, favorirono un’aumento dell’erosione delle rocce silicee in grado di rimuovere le concentrazioni del gas serra, questo processo avrebbe favorito un’importante diminuzione delle concentrazioni di CO2 in atmosfera, favorendo di conseguenza una diminuzione delle temperature, l’elevata piovosità presente allora alle alte latitudini, avrebbe favorito la formazione di calotte polari in prossimità delle masse continentali.
Come detto con un aumento delle temperature la vita vegerate (radici delle piante, batteri, licheni ed altri organismi) accellera il processo di erosione delle rocce, il CO2 a contatto con certi tipi di roccia degrada e i carbonati prodotti dalla degradazione dell’anidride carbonica, vengono trasportati dai corsi fluviali verso gli oceani, dove in presenza di calcio, forma il carbonato di calcio.
Grazie alla bassa solubilità del carbonato di calcio e all’azione di molti organismi marini, l’oceano rimuove per mezzo dell’erosione di alcune rocce anidride carbonica dall’atmosfera, che si deposita come carbonato nei fondali oceanici, i lentissimi movimenti di subduzione riportano il carbonio nei sedimenti della crosta terrestre, da qui tornerà nell’atmosfera attraverso le eruzioni vulcaniche.

Fattori geologici:
Un altro processo che avrebbe favorito il raffreddamento 35.5 milioni di anni fa, sarebbe stata la separazione dell’Australia dall’Antartide, sfavorendo l’afflusso di calore tra l’equatore e il polo Sud.
Questo avrebbe certamente favorito di conseguenza un netto raffreddamento delle acque superficiali e di conseguenza l’innesco di una fase di raffreddamento climatico.
Da sottolineare il fatto che il periodo di raffreddamento climatico espresso in centinaia di milioni di anni, coincide con la particolare disposizione delle terre emerse che si venne a creare, ossia il fatto che ai poli vi fu la presenza di terre emerse, fattore fondamentale in grado di favorire l’innesco di glaciazioni significative, inoltre l’orogenesi (formazione di catene montuose come le Alpi, l’Himalaya e le Ande), portò ad un sollevamento medio delle terre emerse dai 450 metri di quota agli 850 metri di quota attuali, questo fattore avrebbe potuto favorire un generale raffreddamento climatico in quel periodo di circa 3°C.

Fattori di retroazione positivi e negativi:
Per fattori di retroazione positivi si intende un insieme di fattori derivanti una variazione climatica che tendono ad amplificare il processo in corso.
Durante un periodo di raffreddamento climatico si assiste ad un aumento delle calotte glaciali e della copertura nevosa, questo fattore favorisce un aumento dell’effetto albedo poichè le superfici innevate o ghiacciate, riflettono fino al 90% della radiazione solare incidente.
Anche una diminuzione della vegetazione favorisce un aumento dell’effetto albedo, poichè le foreste hanno un elevato potere assorbente della radiazione luminosa (tramite la fotosintesi, riflessioni multiple del fogliame), dato anche i colori relativamente scuri della vegetazione, solitamente una foresta di conifere riflette fino al 9% della radiazione solare indicente, per la vegetazione a latifoglie varia dal genere di pianta.
Di conseguenza, la maggior presenza di terre prive di vegetazione, amplifica l’effetto albedo anche in aree prive di nevi perenni:
i deserti riflettono fino al 25% della radiazione solare indicente, un prato ne riflette circa il 20% mentre un’area di cespugli a bassi fusti circa il 14%.
Gli oceani riflettono appena il 3,5% della radiazione solare incidente, preservando un’effetto albedo bassissimo.
Oltre all’effetto albedo un’altro fattore di retroazione positivo (Feedback) è dato da una diminuzione del ciclo del carbonio tra la biosfera e l’atmosfera, di conseguenza anche gli oceani raffreddandosi, possono contenere un tasso di CO2 (che ne definisce il PH, ossia il tasso di acidità) minore, di conseguenza ne emettono in minor misura nell’atmosfera, in parole povere diminuisce lo scambio di anidride carbonica tra oceani e atmosfera.
La concentrazione di vapore acqueo nell’atmosfera è porporzionale alla temperatura dell’aria, di conseguenza, più è caldo, più il tasso di vapore acqueo può essere superiore, anche le particelle del vapore acqueo contribuiscono all’effetto serra molto più efficacemente del CO2, ma con tempi di persistenza in atmosfera molto inferiori, motivo per il quale oggi non si attribuisce una variazione climatica prendendo solo in considerazione quest’ultimo aspetto che è piuttosto visto come una forzante.
D’altrocanto la quantità di precipitazioni possono essere proporzionali alla concentrazione del vapore acque nell’atmosfera, di conseguenza dipendono anche dalle temperature atmosferiche e oceaniche, questo è uno di quei fattori di retroazione negativa, ossia uno di quei fattori derivanti una variazione climatica che tendono a diminuire il processo in corso.
Ad esempio con una diminuzione delle temperature si ha una riduzione del vapore acqueo presente in atmosfera, di conseguenza si ha una riduzione anche sulla quantità delle precipitazioni, minori precipitazioni, possono significare minori precipitazioni nevose alle alte latitdini in grado di alimentare i ghiacciai.
Il sollevamento stesso delle calotte glaciali può essere visto come un effetto amplificatore in quanto la sommità della calotta che poteva superare anche i 2000-3000 metri di quota, consentiva il manifestarsi delle precipitazioni in forma nevosa per tutto l’arco dell’anno, consentendo un ulteriore incremento o quantomeno un mantenimento della calotta stessa.
Difatti sembra al quanto impensabile che lo scioglimento delle calotte continentali al termine di una grossa glaciazione, possa avvenure per uno scioglimento del ghiaccio posto alla sommità della calotta, in quanto posta a quote dove solitamente, sopratutto in tempi di gelo, le temperature si mantengono ben al di sotto dello zero termico per tutto l’arco dell’anno, si ipotizza infatti che un’altro fatto che potrebbe aver contribuito all’innesco dell’ultima grossa glaciazione, sia stato una sorta di sprofondamento della litosfera sotto l’enorme peso delle calotte glaciali esercitato sulla crosta terrestre.
Gli effetti dell’enorme peso esercitato dalle calotte sulla litosfera sono ancora ben visibili oggi osservando il geoide terrestre.
Lo scioglimento delle calotte ha comportato ad una perdita di massa in superficie, di conseguenza si può assistere a una variazione anche importante della forza del campo gravitazionale terrestre che si manifesta in tempi piuttosto lunghi.
In particolar modo il repentino scioglimento delle calotte, che durante l’ultima glaciazione del pleistocene nel Nord America e in Europa raggiungeva alcuni chilometri di altezza, deformando con la propria massa la superficie terrestre, comporta ad un enorme perdita di massa che grava al suolo, la terra risponde a questa perdita con un vero e proprio flusso massivo all’interno dell’astenosfera (mantello superiore) sottosferante la litosfera, per compensare il deficit in superficie indotto dallo scioglimento delle calotte, ne deriva di conseguente un’anomalia negativa della forza del campo gravitazionale su tali aree.
L’abbassamento della litosfera anche di un centinaio di metri, indotto dall’enorme peso dei ghiacci, avrebbe portato di conseguenza la base delle calotte glaciali presente alle alte latitudini, ad altezze inferiori, corrispondenti all’abbassamento della litosfera.
Questo avrebbe favorito sopratutto in estate ad un maggior scioglimento dei ghiacci alla base delle calotte poichè indirettamente è come se lo zero termico si fosse portato mediamente un centinaio di metri più in alto rispetto alla situazione precedente all’abbassamento litosferico.
Per comprendere questo aspetto si può fare un semplice esempio, consideriamo che lo zero termico durante il periodo estivo arrivasse a circa 500 metri di quota alle alte latitudini, con un sucessivo abbassamento della litosfera di circa un centinaio di metri è un pò come se lo zero termico si fosse portato circa 100 metri più in alto, portandosi a circa 600 metri di quota, tutto questo considerando che si era in presenza di precipitazioni ridotte data la bassa concentrazione di vapore acqueo presente nell’atmosfera.

Flavio Scolari.

Evoluzione genetica della nostra specie

Settembre 21, 2009 by scolari  
Filed under Il Blog di Flavio Scolari

Inanzitutto non dobbiamo dimenticare che oggigiorno nel mondo scentifico il concetto di razza non trova alcun riscontro nel descrivere l’essere umano, non a caso farò riferimento unicamente a varie etnie, proprio perchê è oramai stato provato che l’umanità presente oggi appartiene ad un’unica specie discendente uncamente dal Cro-Magno (Homo Sapiens Sapiens).

Il Cro Magnon è un antica varietà dell’essere umano largamente diffuso già nel Paleolitico nel Nord America, in Asia, nel Nord Africa e in Europa a seguito delle precedenti migrazioni dell’Homo Erectus.

I primi segnali di presenza umana (Homo Erectus) risalgono a 1 milione di anni fa mentre circa 900000 anni fa avvengono le prime migrazioni dellOminide dall’Africa all’Asia e all’Europa dal quale circa 100000 ne derivò la specie Homo Neanderthalensis che popolò per circa 70000 anni un’area compresa tra l’Europa Occidentale e l’Asia minore, prima dell’arrivo dell’Homo Sapiens Sapiens, diretto progenitore dell’essere umano moderno.

La particolarità dell’uomo fu proprio quella di saper adattarsi a condizioni climatiche anche estreme e ad ambienti inospitali, a dimostrarlo furono inizialmente i Neanderthal che si adattarono a climi particolarmente rigidi, poichè popolarono il continente Europeo durante l’ultima grande glaciazione con massima espansione dei ghiacci attorno ai 20000 anni fa, in Europa si presentavano condizioni climatiche particolarmente rigide.

(Area popolata dal uomo di Neanderthal dino a 28000 anni fa)

(Estensione dei ghiacci 20000 anni fa)

Circa 35-40000 anni fa giunse un’altra specie umana in Europa, ossia il Cro-Magnon dall’aspetto pressochè identico a quello attuale, le due specie umane convissero assieme per un certo periodo di tempo, fino a quando 28000 anni fa l’uomo di Neanderthal si estinse, cosa abbia realmente prodotto l’estinzione dei Neanderthal non si sa ancora con certezza, tuttavia sussistono diverse ipotesi.

Per spiegare la scomparsa dei nosri cugini Neanderthal, avvenuta in Europa circa 28000 anni fa, dopo oltre 70000 anni di convivenza con l’Homo Sapies Sapiens si sono invocate le ipotesi più diverse: dalla loro inferiorità intelletuale, alle malattie, dall’incapacità di adattarsi al clima che cambiava alla ferocie dei cro-Magnon.

Un innovativa proposta è stata postulata recentemente: tale teoria sostiene che l’uomo di Neanderthal non fu affatto meno intelligente del Homo Sapiens, ne tanto meno apprendeva con più difficoltà, anzi le due specie si sono evolute quasi in parallelo ed entrambi possedevano un ottima capacità di adattamento alle difficili condizioni climatiche e ambientali.

Certamente i Cro-Magnon non si presentarono nemmeno ostili nei confronti dei Neanderthal, insomma secondo questa nuova visione (che maggiormente sembra avvicinarsi alla realtà), la strategia vincente dell’Homo Sapiens, non sarebbe stata di vincere i Neanderthal sul piano dell’intelligenza, ne tanto meno con la violenza, ma bensì procreando molto di più rispetto a quanto non facessero i nostri cugini Neanderthalensis.

Circa 10500 anni fa finì una lunga glaciazione, l’ambiente e il clima in Europa divennero molto più ospitali, addirittura vi fu un periodo particolarmente mite dal 5500 al 2500 a.c. (più mite di quello che si riscontra oggi), probabilmente questo fatto ha favorito una rapida evoluzione della nostra specie, geneticamente infatti è stato dimostrato che da circa 10000 anni a questa parte, l’uomo si è evoluto 100 volte più velocemente di quanto non avesse fatto in tutto il resto della sua evoluzione.

Questo certamente spigerebbe come civiltâ tanto evolute nell’ambito astronomico e matematico siano nate tanto velocemente (Egizi; Maya; Inca; Indoeuropei; ecc..ecc..) crando monumenti che ancora oggi lasciano molti interrogativi sotto molti aspetti.

Gli Indoeuropei:

Nati circa 5000 anni fa la loro origine geografica non è ancora certa, una prima versione localizza i primi Indoeuropei nel Nord Europa come etnia Nordica, una seconda versione li localizza tra il Mar Nero e il Mar Caspio come etnia Ariana, mentre una terza ed ultima versione li localizza nell’attuale Turchia.

La versione maggiormente accettata oggi è la seconda, perchè fondata meglio su un’attenta valutazione dei dati archeologici e sostenuta da diversi studi scentifici, è stata studiata dalla studiona Lituana Maria Gimbutas.

La Gimbutas ha vagliato con precisione le testimonianze delle culture materiali dell’Est Europeo ed ha identificato gli Indoeuropei con una cultura guerriera dell’età del bronzo, la cultura del Kurgan, così denominata a partire dalle grandi sepolture del tumulo che la caratterizzano, tombe nelle quali venivano seppelliti i principi con le mogli e assieme agli schiavi e a tutto il seguito (tombe comuni), secondo un’usanza comune nellle civiltà antiche.

Dagli studi di Giambutas emerge un quadro abbastanza semplice e lineare della comparsa degli Indoeuropei sulla scena della storia migrando dalle loro regioni d’origine: collocata tra gli Urali e il Danubio, le popolazioni Indoeuropee si sarebbero sovrapposte un pò ovunque dall’Europa Occidentale all’India alle popolazioni del Neolitico poto-Europee (Pre-Indoeuropee) essendo militarmente più avanzati, imponendo in gran parte alle popolazioni sottomesse la loro struttura sociale e la loro religione.

Da notare che la struttura sociale adottata dagli Indoeuropei non differiva molto da quella attuale, mentre completamente cntrapposta rispetto alle civiltà Neolitiche, ossia organizzate secondo una struttura patriarcale della famiglia, organizzata come un grande Clan attorno ad una figura di riferimento.

Anche dal punto di vista religioso, gli Indoeuropei preferirono le divinità celesti maschili, in forte contrapposizione con la religione delle dee madri praticate dai popoli del neolitico fin dal Paleolitico.

(Espansione degli Indoeuropei che hanno dato di seguito origine alle varie etnie Indoeuropee)

Geneticamente parlando le varia etnie Europee e medio-Orientali deriverebbero per origine dagli Indoeuropei che si “mischiarono” con i popoli indigeni del Neolitico.

Ma cosa spinse gli indoeuropei a migrare verso l’Europa e vendo l’India?

Probabilmente fu un’improvviso raffreddamento climatico che rese le condizioni ambientali piuttosto ostili, questo, probabilmente alimentato dalla voglia di conquista (tipico di un popolo gerriero dell’antichità) costrinse questi popoli a migrare verso regioni più miti.

Le lingue Indoeuropee:

Oggi parlate in gran parte del globo sono divise in grandi gruppi per l’evoluzione e la stroria della proto-linguada qui deriviamo e comprende una vasta famiglia con origine comune.

Quanto erano evoluti nell’ambito astronomico e matematico?

Molto interessanti sono le recenti scoperte in Europa che suggeriscono che anche gli Indoeuropei furono popoli astronomicamente e matematicamente evoluti (simili agli Egizi o ai Maya) grazie al ritrovamento di imponenti costrzioni monumentali ritrovate in Bosnia-Herzegovina, come in altre regini Europee (tra le quali anche la Lorbarda), infatti sono state retrovate piramidi probabilmente costruite dalle popolazioni post-Indoeuropee circa 5000 anni fa, tra le quali spicca quella di Visoko (Bosnia) alta 220 metri di altezza (più alta della famosa piramide di Cheope in Egitto), infatti dopo i recenti ritrovamenti sembra probabile che tali popoli possano aver avuto contatti con gli Egizi.

(Piramide coperta da terra e muschio a Visoko, sotto la piramide è stato ritrovato un complesso di tunnel che condurrebbero al centro della costruzione piramidale)

(Piccole piramidi rinvenute in Lombardia vicino a Lecce)

Immagini tratte da: Wikipedia

Fine prima parte.

Ci eravamo lasciati alle spalle gli Indoeuropei che diedero vita alle diverse Etnie oggi presenti in Europa, quando migrando da un’area compresa tra il Danubio e gli Urali all’europa centro-Occidentale, si “miscelarono” con i popoli indigeni del Neolitico allora già presenti in Europa da 35-40000 anni fa (quando i Cro-Magnon giunsero in Europa).

Inanzitutto ricordo che per definire un’etnia, non si prende in considerazione l’aspetto culturale, ne tanto meno aspetti fisici che possono facilmente mutare con il tempo secondo le condizioni ambientali presenti in una determinata area geografica, ma bensì dobbiamo prendere in considerazione il patrimonio genetico presente nei diversi individui di un determinato popolo, unico vero aspetto che tende a mantenersi analterato fin dalle sue origini.
I più grandi e antichi gruppi etnici Europei ebbero origine circa 5000 anni fa, si individuano i Mycenea (attuali Greci), i Germani che popolarono le aree comprese tra il Nord della Germania e il Sud della Scandinavia, e forse l’etnia che più riguarda da vicino i popoli dell’Europa centrale, compresi quelli del Nord Italia, stiamo parlando dei Celti che secondo recenti ipotesi di natura genetica, la loro origine risalirebbe a ben oltre 7000 anni fa con la nascita dei proto-Celti.
Osservando la frequenza in molte aree dell’Europa centro-Occidentale dell’aplogruppo del cromosoma Y e contandone invece la rarità nell’area di sviluppo della cultura di La Tème, è stata postulata l’ipotesi di un’evoluzione ininterrotta, fin dal Mesolitico, di quei popoli che stanziati nelle loro sedi storiche, sarebbero storicamente emersi come Celti, in questo caso la connessione linguistica con l’Indoeuropeo e archeologica con La Tème, sarebbero esclusivamente frutto della contaminazione culturale successiva.

I popoli Celtici ebbero origine tra la Francia Orientale, la Germania Meridionale e la Svizzera Settentrionale, qui i proto-Celti si consolidarono come popolo avente una propria lingua e una propria cultura, evoluzione lineare di un vasto gruppo Indoeuropeo esteso fin sull’Europa centrale dall’inizio del terzo millenio avanti Cristo.

Dominio Europeo dei Celti:
La massima estensione dei Celti si ebbe tra i 400 e i 300 anni a.c.
In quell’epoca la lingua e la cultura Celtica cositituivano l’elemento più diffuso e caratteristico dell’intera Europa, con una vasta area ininterrotta che andava dalle Isole Britanniche al Nord Italia, interessando tutta l’Europa centro-Occidentale.

I popoli Gallici costituirono un’unità linguistica e culturale, tuttavia le varie tribù si differenziarono secondo vari aspetti politici formando vari gruppi di tribù Celtiche:
I Britanni che popolarono le attuali isole Britanniche, i Belgi stazionati tra la Manica e il Reno e parzialmente mescolati con i Germani (aventi un’altra origine etnica), gli Elvezi che popolarono il centro Europa entrando in contatto con i Reti, i Garonna e i Pirenei (popoli indigeni ma non di origine Indoeuropea), i Insubri che popolarono le regioni dell’attuale Svizzera Italiana, i Pannoni che popolarono le Alpi Orientali, i Lempotini che popolarono l’Italia Settentrionale, ma che ebbero una forte influenza anche sull’centro Italia con i Senioni, i Celtiberi che popolarono l’attuale penisola Iberica e i Galati dell’Anatolia derivanti da piccoli gruppi Celtici che si spinsero più a Sud.

Come i Galli dominarono l’Italia centro-Settentironale e come vennero sconfitti dall’impero Romano:
A più riprese i Celti valicarono le Alpi, oltre un millenio a.c., andando a rimpiazzare i popoli allora presenti quali i Liguri, gli Umbri e altre piccole popolazioni pre-esistenti.
I Celti furono popoli militarmente avanzati, descritti come popoli barbari, ma allo stesso tempo culturalmente avanzati e proprio questi fattori permisero il loro dominio di gran parte del continente per un lungo periodo.

Nel Italia Settentrionale la sottomissione dei Galli a Roma (dopo diverse sconfitte di Roma da parte dei Celti) incominciò nel terzo secolo avanti Cristo dopo una serie di iniziative militari contro i Lepontini, portò alla loro completa sottomissione, attestata alla creazione della provincia della Gallia Cisalpina circa nel 90 a.c.
Inizialmente i Romani conquistarono attorno al 125 a.c. tutta l’area Mediterranea tra le Alpi Liguri e i Pirenei mentre in un secondo tempo, circa nel 50 a.c. la Gallia Settentrionale passo sotto il dominio di Roma in seguito alle campagne condotte da Giulio Cesare.

Etnie presenti in Italia e in Europa:

Le due componenti genetiche presenti tutt’oggi in Italia: la rappresentazione posta a sinistra rappresenta l’influenza Celtica (maggior nel Nord Italia) mentre la rappresentazione a destra rappresenta l’Influenza Mycenae (dal Sud Est Europeo).
Il tutto oggi visto appunto in un contesto puramente genetico, proprio perchè linguisticamente e in parte cuturalmente parlando sappiamo bene che non vi è distinzione tra il Nord e il Sud Italia, tuttavia ripeto che vi sono alcune caratteristiche genetiche che tendono a preservarsi nel tempo fin dalle sue origini, il quale definiscono ad esempio alcuni aspetti fisionomici di un popolo.
Oggi grazie all’evoluzione genetica possiamo definire le varie etnie presenti tra i popoli Europei fin dalle proprie origini come pure la nostre storia.
Come già sottolineato si parla di etnie e non di razze, proprio perchè oggi sappiamo molto bene che l’intera umanità presente deriva da un unica specie umana (Cro-magnon) divisa tuttalpiù in diverse varietà genetiche (etnie).
Oggi possiamo anche definire l’Europeicità degli attuali popoli presenti sul vecchio continente, infatti per origine geneticamente parlando, prendendo in considerazione la sola Italia, si è constatato che i popoli del Nord Italia sono Europei per il 63% mentre i Calabresi e Pugliesi lo sono per il 32%, i Sardi per il 22%, malgrado contrariamente a quanto si possa pensare da queste parole, geneticamente i vari popoli Europei e Italiani presentano comunque caratteristiche molto simili tra loro date dal semplice fatto che hanno tutti origine Indoeuropea.

I Germani:
Nel terzo secolo avanti cristo si assitette ad una nuova grande migrazione, coinvolgeno molte aree dell’Europa centrale e Settentironale e influenzando principalmente la parte centro-Orientale del continente fin sulla Grecia.

La componente genetica Nordica presente oggi in Europa che corrisponde ai grosse spostamenti migratori avvenuti in passato delle popolazioni del Nord Europa.
I Germani erano una vasta popolazione Indoeuropea nata in un’area compresa tra la Scandinavia Meridionale e il Nord della Germania dalla prima metà del terzo millenio a.c., anche in questo casò si trattò di un popolo guerriero avente una proria lungue a una propria cultura complessa.
prima ancora del 500 a.c. raggiunsero il mar Baltico Orientale (attuale russia Europea allora popolata dai Baltici) dalla penisola Scandinava e dalle coste Orientali del mare del Nord.
Da qui a partire sopratutto dal terzo secolo dopo Cristo, numerose tribù Germaniche migrarono in molteplici ondate ad ogni direzione, toccando gran parte del continente Europeo e arrivando fino al Nord Africa e in Nord America.
I Germani vennero a contatto con Roma verso la fine del 200 secolo avanti Cristo con le incursioni da Nord dei Cimbri e dei Teutori in terrirorio Romano penetrando pure in Gallia.
Qui discesero il corso del Rodano favorendo le ribellioni Celtiche appena sottomesse dall’impero Romano e sconfiggendo a più riprese i combattenti Romani che cercarono di arginarne l’invasione.
Negli anni successivi i Cimbri penetrarono in Iberia, mentre i Tautoni proseguirono le loro scorrerie in Gallia Settentrionale, prima che i due popoli (Cimbri e Tautoni) tornarono a schierarsi contro i domini di Roma minacciando la Gallia Cisalpina.
A opporsi a loro fu inviato da Roma il console Romano Gaio Mario che in 2 battaglie “annientò” entrambi i popoli: i Tautoni nel 102 avanti Cristo ad Aix-en-Province, i Cimbri nel 101 avanti Cristo presso Vercelli.
Certamente anche le grosse migrazioni di questi popoli Nordici hanno lasciato un segno genetico indelebile nei popoli dell’Europa centrale e Settentrionale.

I Baltici-Slavi:
Popolo Indoeuropeo nato come i Germani dalla metà del terzo millenio avanti Cristo in un’area compresa tra l’attuale Lituania e l’attuale Bielorussia (area del Baltico Orientale)
La loro espansione avvenne pressapoco in corrispondenza alle grosse migrazioni Germani senza però interessare l’Europa centro-Occidentale, viceversa i Baltici interessarono maggiormente l’Europa Orientale rimpiazzando le popolazioni indigene pre-esistenti e creando quelle che oggi sono le popolazioni facenti parte dell’area compresa tra la Jugoslavia e la Russia Europea.
I Baltici ebbero pure una certa influenta sul Nord Est Italiano con piccole incursioni dall’attuale Slovenia.

Certamente sono tutti fattori che oggigiorno possiamo riscrivere con una certa precisione grazie alla genetica dato che come più volte detto, sono forse l’unico vero patrimonio che resta immutabile nel tempo fin dalle sue origini.

In definitiva per anticipare la terza e ultima parte della ricerca, ecco le principali componenti genetiche presenti in Europa:

Haplogroup R1b:

Haplogroup l1a:

Haplogroup R1a:

Haplogroup E3b:

Haplogroup l1b

Haplogroup N

Distribuzione delle 2 categorie Haplogroup J2

Fine seconda parte.

Il genoma dell’umanità:
Oggi è risaputo che gli uomini possiedono 23 coppie di cromosomi per un totale di 46 cromosomi delle quali 22 sono coppie di cromosomi autosomi (non sessuali) mentre una coppia è sessuale (X-Y), tutto questo in ogni singola cellula del nostro corpo.
Ogni coromosoma è una sorta di corpuscolo visibile solo ad un potente microscopio ed è costituito da DNA, ossia una sorta di filamento contenente geni.
A differenziare l’uomo dalla donna sono proprio i cromosomi sessuali: l’uomo contiene una coppia X-Y mentre la femmina contiene una coppia di cromosomi sessuali XX, ecco perchè oggigiorno per differenziare il partimonio genetico di ogni singolo individuo, si devono prendere in considerazione entrambi i genitori.
Da ciò si può dedurne che il cromosoma Y è efficace nel definire l’origine geografica di un singolo individuo da parte del padre, poichè è ereditabile solamente da padre in figlio, mentre per definire l’origine etnica da parte della madre, si deve prendere in considerazione il DNA Mitocondriale (MtDNA) ereditabile solamente da madre in figlio/a.
Il cromosoma X risulta dunque inefficace nel definire l’origine geografica primaria dell’individuo da parte di entrambi i genitori dato che sia maschi che femmine lo posseggono.
In genere lo stesso discorso può valere nel definire l’origine di un’intera popolazione con il quale si prende in considerazione gli individui maschi tramite il cromosoma Y.
Ogni singolo cromosoma e composto da DNA, ossia da filamenti contenenti miriadi di informazioni quali i geni stessi.

Come illustra bene questa immagine, i geni non sono altro che parti di DNA e più raramente di RNA* che costituiscono ogni songolo cromosoma.
A definire determinati tratti fisiologici tra i vari individui sono proprio piccole variazioni della composizione genetica del DNA, considerando inoltre che in ogni singolo individuo il genoma si presenta identico in tutto il corpo, a differenziare le molecole di un osso da molecole di un’ormone, sono unicamente variazioni dell’espressione genetica.
Ogni singola cellula del nostro corpo continene tante informazioni per mezzo dei geni da poter scrivere un libro di oltre 50000 pagine, il DNA continene tutte le informazioni e gli ordini indispensabili alla vita, ma non solo, contiene molte altre informazioni inerenti il nostro aspetto fisico, la nostra evoluzione, la nostra storia fin dalle origini e non da meno importanza, si possono estrapolare molte informazioni del patrimonio genetico di altri individui.
Per definire il patrimonio genetico di un’intera popolazione, tale caratteristica viene misurata attraverso un parametro denominato frequenza genica, ossia che indica con che frequenza un gene compare in una popolazione.
La genetica delle popolazione può trovare molte applicazioni anche dal punto di vista medico, si possono ad esempio definire a quali malattie un popolo (e ogni songolo individuo dello stesso) è più soggetto.
È risaputo che un’essere umano possiede almeno 100000 loci genici e considerando che una popolazione è costituita da un certo numero di individui, ciascuno dei quali ha due coppie (allei) di ciascun gene.
Di conseguenze una popolazione possiede il doppio di geni per ogni locus.
Questi geni non sono identici, esistono piccolissime variazioni che differenziano gli allei, ossia da variazioni genetiche leggermente diverse che però controllano uno stesso carattere.
La storia genetica della nostra specie ha pure conosciuto alcune variazioni che hanno dato origine ai vari Aplogruppi etnici: infatti la composizione genetica di una popolazione è influenzata soprattutto dalla selezione naturale e dal fenomeno della deriva genetica (variazione della frequenza dei geni dovuta al caso).
Hanno un ruolo importante anche le mutazioni, i fenomeni migratori e i meccanismi di scelta del partner al momento della riproduzione.

Una mappa inerente le migrazioni del cromosoma Y (maschile) e del MtDNA (Femminime).

Aplogruppi presenti al mondo: da considerare che il 99,9% del genoma si presenta uguale in tutti i popoli, a definire le differenze etmiche sono variazioni del restante 0,1% del genoma umano, corrispondente appena al 15% di quanto dovrebbe essere a fin che le varie etnie possano essere suddivise in razze.

Diffusione dei gruppi etnici in Europa:

Aplogruppo R1b: variante dall’aplogruppo R che trova origini dall’aplogruppo P.

Aplogruppo R1a: variante dall’aplogruppo R che trova origini dall’aplogruppo P.

Aplogruppo I1a: variante dell’aplogruppo I che trova origine dall’aplogruppo JI.

Aplogruppo I1b: variante dell’aplogruppo I che trova origine dall’aplogruppo JI.

Aplogruppo I1c: variante dell’aplogruppo I che trova origine dall’aplogruppo JI.

Aplogruppo I1b2 (Sardo): variante dell’aplogruppo I che trova origine dall’aplogruppo JI.

Aplogruppo N: diffuso principalmente in Siberia.

Aplogrippo J2: variante dell’aplogruppo J che trova origine dall’aplogruppo IJ.

Aplogroppo K che trova origine dall’aplogruppo F.

*RNA: sono quelle componenti genetiche cosidette passive e non codificate, ossia che possono variare facilmente con il tempo secondo variazioni delle condizioni climatiche, ambientali e alimentari.
Indispensabili per il fatti che consentono agli individui di adattarsi meglio alle condizioni ambientali in qui vivono, inoltre permettono l’espressione del DNA che si presenta più stabile nel tempo con informazioni genetiche codificate e immutabili.

Maggiori approfondimenti:

http://it.wikipedia.org/wiki/DNA

http://it.wikipedia.org/wiki/Aplogruppi_del_cromosoma_Y

Flavio Scolari

E’ ritornato il famoso “freddo delle pecore”

Giugno 28, 2009 by natoxcorrere  
Filed under Clima, Mazzarella

Nella meteorologia mediterranea, specie in quella alpina, il “freddo delle pecore” era un appuntamento ricorrente dei tempi passati. Il termine identificava un’invasione improvvisa di aria nord atlantica fredda che, intorno alla metà di giugno, interrompeva un periodo di caldo e prendeva in contropiede chi ormai pensava nell’arrivo anticipato dell’estate. Questo perché le masse d’aria più fredde e più pesanti costringono al sollevamento quelle calde ed umide preesistenti causando una notevole instabilità atmosferica ed un deciso abbassamento delle temperature. Ma perché freddo delle pecore? Semplicemente perché a fine maggio e con i primi caldi i pastori, che dopo il duro inverno avevano urgente bisogno di soldi, tosavano le pecore con anticipo, convinti dell’arrivo dell’estate. Quando a metà giugno ritornava il freddo, le pecore si raffreddavano e si ammalavano perché non più protette dalla loro lana. Da una statistica eseguita sull’archivio dell’Osservatorio Meteorologico dell’Università di Napoli Federico II, funzionante dal 1872, è emerso che, fino al 1916, le medie delle temperature minime intorno a metà giugno sono quasi sempre (per l’85%) più basse di quelle dell’intero mese; dopo il 1916 tale comportamento viene seguito appena per il 20%. Sorprendentemente, quest’anno, il caldo quasi estivo della prima metà di giugno è stato improvvisamente interrotto da un’intensa e lunga anomalia di freddo e piogge. Che sia un segnale di ritorno del clima dei nostri nonni?

Adriano Mazzarella Responsabile Osservatorio Meteorologico Università Federico II www.meteo.unina.it

Pagina successiva »